Paola Masino poesie


Paola Masino
(
Pisa 1908- Roma 1989)

Inizio il mio viaggio nella poesia femminile del 900 introducendovi ad un’autrice ormai quasi del tutto caduta in oblio. Ritrovare voci dimenticate, fuori dal “canone” , ha per me il senso profondo di un’archeologia della parola che ricomponga le tracce di un’alternativa letteraria lungo la serie dei possibili esclusi. Perché ciò che dimentichiamo pesa tanto, e più, di quanto ricordiamo.

La raccolta che presento è un cimelio, scovato sotto cumuli di carta e polvere in una libreria di Torino dopo ricerche durate mesi.
Porta data 1947, editore Bompiani. 
Unica silloge che vide le stampe.

La Masino pubblicò romanzi e racconti, invisi al regime e con poco consenso di critica. Fu soprattutto attiva come inserzionista in varie riviste e quotidiani italiani della prima metà del ‘900. Ebbe una lunga relazione con Bontempelli, del quale curò alla sua morte tutte le opere. Fu attiva sulla scena culturale italiana fino agli anni 70, perseverando nella conservazione della memoria di Bontempelli e rinunciando alla pubblicazione dei suoi scritti; a chi le chiedeva perché non avesse più scritto, ad eccezione dei suoi appunti privati, rispondeva:

Ho scritto ancora qualche poesia carica di morte. Quanto al resto ho avuto troppo da fare: ho dovuto vivere e lavorare”. E nei suoi appunti (ne La Repubblica, 26/05/2001) si legge: “Oggi so che ho perduto, che la mia vita, cominciata come una straordinaria aurora, s’è spenta e fatta al tutto inutile riducendo in cenere anche quei bagliori iniziali, ove avevo creduto di leggere un più nobile e arduo destino.”

Per un approfondimento bibliografico si veda la voce a lei dedicata nell’enciclopedia delle donne:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/paola-masino-2/

Per un approfondimento circa le vicende editoriali dei suoi testi:

http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/10/31/news/paola-masino-eccentrica-vestale-106023/

Ripercorriamo dunque quei bagliori iniziali.

AL PADRE

In te, petrosa quercia,
per noi che sua bacche chiamava?
o in questo faggio? o leccio?
o in quel rugoso olmo
di cui sàmare
fummo?
O forse in ogni arbusto,
tralcio, filo d’erba, fiore;
forse in estraneo cielo
nell’ondulosa palma;
in fondo al mare
alga?
Riconsegnato dalla morte al tutto
e in me tua figlia come figlio posto
e nella donna dal cui grembo
alla vita dell’uomo mi traevi,
non in noi morto,
padre,
dove ti nascondi o sveli?
Se ci volgiamo verso di te, ci vedi?
Odi, se ti chiamiamo?
Quando in sogno ci teniamo per mano
sei tu avvinto là dove ti muovi?
Ancora
io cerco in te dimora.
E tue le palpebre al mio dormire voglio;
e la tua fronte, tetto;
e i panorami del tuo cuore, unica terra.
Uomo, guardavi sempre al cielo, e:
– Vedi –
narravi – quanti vascelli rosa
per quel mare. Vanno e con loro
va la vita, fino a sciogliersi in pianto.
Quanto, quanto pianto da noi
e lacrime dal cielo su te
pietra.
Nella pioggia sepolto, forse con lei disciolto
per le vene del mondo,
negli alterni bagliori del sole e della luna,
linfa di qual creatura,
quale creatura, o il tutto, invocheremo
padre?
Senti tu almeno, universale dove,
imperituro quale, dentro noi
affannoso rincorrere memorie?
e darti un corpo in quel che tu per noi
corpo alla felice vita vestivi?
Senti?
Nei tuoi fiati ignoti è il respirare fosco
di noi che, vive, usiamo il tuo soffio mortale.
Nutrirci in te ancora e nutrirti per sempre
in una, più ostinata della morte,
amorosa rapina.

– Sento – .

1935

Oggi voglio gridare
tutte le ore, i minuti,
tutto il tempo fino a domani.
Voglio gridare per convenienza,
per darmi arie da massacrata.
Quelli che han fatto una volta la guerra
se la rimasticano piano piano:
tutte le strade del mondo son piene
sempre di gemiti freschi.
I giovani la guerra la vogliono
come un cibo che gli spetta:
l’annusano la proclamano,
piangono se non gliela compri.
Io la guerra la faccio da me
nella mia gola con gli urli.

Preghiera

Dio,
andiamo io e te per mano
in una tua pianura.
Là giudicami.

Smarrimento

Strano. Fermarsi in un punto
e avvertire che il punto,
davvero,
è un’immagine astratta. Non c’è.
Eppure tu sei
in quel vuoto che è punto
in mezzo alle tre dimensioni,
circoscritto da corpi
senza, lui, corpo alcuno.
E se tu v’entri t’inghiotte.
Ma dove?
Si brancola,
uscirne vorresti
ma verso che luogo
se qui venisti per scampare
la sponda usuale.
A cosa cercare?
Te ne stai fermo, allora,
e dentro
un altro, più profondo,
acuto punto
t’avvia al nulla
del tuo io disertore.

Lettera

Avevi detto: – Sempre – .
E fu ieri, amaro sposo.
Oggi dici: – Mai più – .
Obliose parole,
non ferite voi stesse.
Così sia, creatura, anche per noi:
tu va nella tua forma umana.
Io, ostinata fiamma,
brucio, brucio, brucio.

Ritratto

Fascina d’ossa sopra un verde melo
sono il mio corpo e l’anima.

La grammatica del tempo

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Eric Thompson, Rising

Per me altro non volevo che il tempo
implacabile di Dio, un futuro
anteriore – quello di Colui che già tutto sa
ma deve lasciar essere perché accada.

A te bastava il presente
semplice dell’occhio attento all’ape
sottocasa ubriaca di tarassaco.

Claudia Brigato, segnalata al premio Renato Giorgi 2016, ora in Le voci della luna, n.65, pg. 38

IL LAMENTO DI AMLETO

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G. Previati, Notturno, 1909

Dal cielo in caduta
la neve
sul campo non più santo
oggi maledetto perché tu non riposi
in pace da me ma in tormento.

Ofelia, fiore mio
copriranno un giorno le viole
questa culla rovesciata di terra
e canteranno lievi al vento
i “nontiscordardime” il ricordo
alla notte randagia come
la colpa che mi chiama.

Ofelia, nei millenni sarà giustizia
il nome tuo in contrappasso al mio
così che mai nessuna quiete
porterà l’eterno
al nostro perpetuo accaderci in destino
nel sacrificio che a me ti chiama.

Persefone

Dante Gabriel Rossetti (1828 - 1882), 'Proserpine', 1882. © Birmingham Museums Trust.
Dante Gabriel Rossetti, ‘Proserpine’, 1882. © Birmingham Museums Trust.

Persefone mia Persefone
mia più mia della vita mia,
tornerai
a luce generosa primavera
madre
figlia, figliamadre
eterna discendenza
grembo del mio grembo
acqua sempre in rotta
tornerai
giglio biancovestito
bianca più bianca del latte
vergine gravida per partenogenesi
tornerai
pura semina feconda
alla terra
a me
tornerai.

Madre madre mia
mia più mia dell’anima mia
madre sorella
madre dolceattesa
madre-veglia mai arresa
per arbitrio di legge fui
viva mano in sposa alla morte,
lascia che dall’Ade ritardi la partenza
sonno immortale mi quieta
madre
madre-sigillo, madre-custodia
madre in perpetua preghiera sulla soglia
lasciami libera
di non tornare ora al tempo
che su di me rivolta
le stagioni in tormento
senza nome, genealogia, gravità
voglio restare
vuoto utero rovesciato
ventre in terra a risuonare
sgravata, sgravida, incompiuta
senza più anni da maturare
tu contro sovrumana legge
mi vuoi sollevare
ma io non sono più io
destino ineluttabile rubò memoria
al futuro dei miei giorni
non per me ora è questo, tornare
che io non sono più io – io non sono io.
Concedimi al buio
già mai più sia eterno il ricordare
la gioia dei miei piedi
nudi sull’erba a giocare.

Attesa

Mario Giacomelli, Fiamme sul Campo, 1975
Mario Giacomelli, Fiamme sul Campo, 1975
Il gallo ha appena cantato
tre volte. Dalle siepi occhi
di vipera sanguigni, occhi
giallo ramarro mi genuflettono
lo sguardo  – su ogni foglia
una stazione, annuncio di un calvario
fuori tempo –
Il giardino si fa sinedrio
nell’attesa di giudizio e il faggio
apre a croce le nude braccia.

Solo il sempreverde pino
è votato a resurrezione.

Falso presagio

C’è nell’aria un falso presagio
di autunno gentile – l’ho sorpreso
ubriaco in baccanali di foglie,
tra schianti e ascese di vermiglio – .

Anche il gatto aspetta stordito la fine
di questa inquietudine vestita a festa
e dorme un sonno a metà
con un occhio spalancato
nell’attesa di neve.