Paola Masino. L’opera come destino

in Le voci della Luna, speciale 8 marzo 2017

“Mamma” disse la fanciulla con pena grave “perché fa questo dolore, dire ‘mamma’? (…)

“Ma ‘mamma’ come l’ho sentito io, per dirlo, non importa che tu sia viva o morta; è una cosa che è soltanto in se stessa, sempre in un punto e fa tanto, troppo male; è qualche cosa che vuole liberarsi e non può. Spiegamelo tu. E’ uno strazio di tutto in tutto, del mondo nel cielo, del cielo nell’universo: qualche cosa che vuole uscire e liberarsi e sta sempre in un gorgo, non va avanti, non torna indietro. È orribile, mamma, chiamarti. Non è come se uno nasce? Anzi, come se uno stesse nascendo e a un tratto non sa più, è la fermo, teme di compiersi, teme di distruggersi; che progredisca o indietreggi, quelle soglie umane lo stringono e mentre lo esprimono lo riassorbono: questo vuol dire mamma.”

 

Se, come scriveva Karen Blixen, <<il destino degli altri può servire, rispetto al proprio, quasi solo come chiarimento…>>, la parabola esistenziale e letteraria di Paola Masino può oggi continuare ad interrogarci con forza intorno alle istanze ultime che ci governano e determinano come individui e che dettano le narrazioni intorno alle quali ci costruiamo.

Nell’arco di poco più di un decennio che va dal 1928 al 1940 si concentra di fatto la produzione letteraria della Masino che spazia dai romanzi, ai racconti e alle poesie, per poi esaurirsi in una scrittura privata di cui ci è giunta testimonianza attraverso il suo archivio.

Come la massaia che apre l’incipit dell’omonimo romanzo del ’40, una volta uscita dal baule in cui sin da bambina era custodita, perde l’autenticità del proprio essere per diventare ciò che la madre vuole che sia; così Paola, sopraffatta da “problemi di ordine pratico, che nel contempo sono diventati anche di ordine psicologico”, smette di pubblicare per far fronte alla quotidianità del vivere: una madre da accudire, un marito da curare, degli introiti da assicurare. Opera e destino si riflettono così, come in unico grande specchio.

Ed è soprattutto in Nascita e morte di una massaia che i grandi temi di riflessione della Masino trovano un respiro cosmico ed universale: attraverso una narrazione visionaria che assume a tratti i caratteri di una prosa poetica, altri quelli di una drammatizzazione teatrale, ciò che viene messo in scena è una lotta archetipica tra il principio materno e quello paterno, tra la nascita e la morte, tra letteratura e vita. Sarebbe riduttivo leggere il lascito di questa grande opera unicamente come grido di ribellione verso gli anni bui del ventennio e la sua precettistica sociale. Ciò che in essa è contenuto è una riflessione radicale, di sistema intorno alle figure simboliche che ci formano ed informano e che per questo ancora oggi apre un orizzonte da esplorare. Una domanda incessante percorre tutto il romanzo: quella relativa all’archetipo Madre che precipita la bambina nella prigione di una femminilità che è carcere e oscurità, dovere e vuota abnegazione, di contro ad un’istanza paterna venerata ma incapace di portarla a salvezza.

Ma non è forse questo Padre il principio entro cui l’istanza materna nasce e si annichilisce?

Così la Masino chiude la poesia del ’47 Al Padre

Nei tuoi fiati ignoti è il respirare fosco

di noi che, vive, usiamo il tuo soffio mortale.

Nutrirci in te ancora e nutrirti per sempre

in una, più ostinata della morte,

amorosa rapina.

 

– Sento -.

 

In questo essere nutrimento al Padre vi è in fondo un’impossibilità di salvezza; se tutto a lui torna, la Madre non può che adempiere all’offerta della figlia e preparare la bambina a farsi sacrificio. La Masino, senza esplicitarlo, sembra intravedere il pericolo.

In un respiro altissimo, poesia, filosofia e narrazione si compiono nell’arte del romanzo, divenuto per la Masino anche la traccia di un destino.

 

  1. Masino, Nascita e morte della massaia, Milano, 1982, pp. 23-24
  2. Blixen, Lettere dall’Africa, Milano, Adelphi, 1987, pg. 275
  3. Petrignani, Le signore della scrittura. Interviste, Milano 1984, pg. 30.
  4. Masino, Poesie, Roma, 1947, pg. 8
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La cena

F. Casorati, L'attesa, 1918
F. Casorati, L’attesa, 1918

Divideva lo spazio il pane
a tavola quella sera – tu parlavi di letture
bibliche- i canti, i salmi, le invettive-
Io con gli occhi cercavo nutrimenti
terreni a tenermi salda alla sedia
mentre facevi ricadere il mondo
al supplizio di Babele e la sua torre.
Ed il faro di Alessandria, i giardini
di Babilonia – Nessun nome
più rispondeva definito alle cose
come se tutto potesse
dall’inizio
essere ricreato.

E allora non sapevamo di quante
distruzioni saremo stati gli artefici
carnefici – ora che ti sei fatto silenzioso
e lontano, le parole rimangono
tra i cumuli di pietra e terra smossa –

Piazza San Venceslao

Piazza Venceslao

Cadeva e rotolava Il sole
lungo le vetrate dei palazzi, sbatteva
contro le antenne, rimbalzava
sui tetti e giù di nuovo
la luce arroventata della sera
un’onda oceanica su piazza Venceslao –
poi i lampi intermittenti delle insegne,
pulsanti le bocche ferite
semiaperte-mezzagrido-mezzaparola,
l’urlo del bambino- ,
un cane piscia accanto alla bianca
rosa del memoriale
e la grande fiammata in alto alla scalinata.
Jan bruciava con tutto il Novecento raccolto
nei centimetri quadri della lapide sbiadita,
lo sguardo vitreo di sbieco dal vetro, attonito
ed incredulo nel guardare le spoglie del carro
armato e attorno tutta quella libertà
servita a cena come ai cani gli avanzi
della gran festa.

Il rito del ragno

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Osserva il rito sacro del ragno
intento nel sacrificio della tela -mi dicevi-
così da serbare memoria
della pazienza
necessaria al compiersi dell’opera.

Sette giorni e sette notti è il tempo
di posa del mondo. La creazione
è un atto di clemenza, una pausa
fuggita al presente continuo di dio.

Paola Masino poesie


Paola Masino
(
Pisa 1908- Roma 1989)

Inizio il mio viaggio nella poesia femminile del 900 introducendovi ad un’autrice ormai quasi del tutto caduta in oblio. Ritrovare voci dimenticate, fuori dal “canone” , ha per me il senso profondo di un’archeologia della parola che ricomponga le tracce di un’alternativa letteraria lungo la serie dei possibili esclusi. Perché ciò che dimentichiamo pesa tanto, e più, di quanto ricordiamo.

La raccolta che presento è un cimelio, scovato sotto cumuli di carta e polvere in una libreria di Torino dopo ricerche durate mesi.
Porta data 1947, editore Bompiani. 
Unica silloge che vide le stampe.

La Masino pubblicò romanzi e racconti, invisi al regime e con poco consenso di critica. Fu soprattutto attiva come inserzionista in varie riviste e quotidiani italiani della prima metà del ‘900. Ebbe una lunga relazione con Bontempelli, del quale curò alla sua morte tutte le opere. Fu attiva sulla scena culturale italiana fino agli anni 70, perseverando nella conservazione della memoria di Bontempelli e rinunciando alla pubblicazione dei suoi scritti; a chi le chiedeva perché non avesse più scritto, ad eccezione dei suoi appunti privati, rispondeva:

Ho scritto ancora qualche poesia carica di morte. Quanto al resto ho avuto troppo da fare: ho dovuto vivere e lavorare”. E nei suoi appunti (ne La Repubblica, 26/05/2001) si legge: “Oggi so che ho perduto, che la mia vita, cominciata come una straordinaria aurora, s’è spenta e fatta al tutto inutile riducendo in cenere anche quei bagliori iniziali, ove avevo creduto di leggere un più nobile e arduo destino.”

Per un approfondimento bibliografico si veda la voce a lei dedicata nell’enciclopedia delle donne:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/paola-masino-2/

Per un approfondimento circa le vicende editoriali dei suoi testi:

http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/10/31/news/paola-masino-eccentrica-vestale-106023/

Ripercorriamo dunque quei bagliori iniziali.

AL PADRE

In te, petrosa quercia,
per noi che sua bacche chiamava?
o in questo faggio? o leccio?
o in quel rugoso olmo
di cui sàmare
fummo?
O forse in ogni arbusto,
tralcio, filo d’erba, fiore;
forse in estraneo cielo
nell’ondulosa palma;
in fondo al mare
alga?
Riconsegnato dalla morte al tutto
e in me tua figlia come figlio posto
e nella donna dal cui grembo
alla vita dell’uomo mi traevi,
non in noi morto,
padre,
dove ti nascondi o sveli?
Se ci volgiamo verso di te, ci vedi?
Odi, se ti chiamiamo?
Quando in sogno ci teniamo per mano
sei tu avvinto là dove ti muovi?
Ancora
io cerco in te dimora.
E tue le palpebre al mio dormire voglio;
e la tua fronte, tetto;
e i panorami del tuo cuore, unica terra.
Uomo, guardavi sempre al cielo, e:
– Vedi –
narravi – quanti vascelli rosa
per quel mare. Vanno e con loro
va la vita, fino a sciogliersi in pianto.
Quanto, quanto pianto da noi
e lacrime dal cielo su te
pietra.
Nella pioggia sepolto, forse con lei disciolto
per le vene del mondo,
negli alterni bagliori del sole e della luna,
linfa di qual creatura,
quale creatura, o il tutto, invocheremo
padre?
Senti tu almeno, universale dove,
imperituro quale, dentro noi
affannoso rincorrere memorie?
e darti un corpo in quel che tu per noi
corpo alla felice vita vestivi?
Senti?
Nei tuoi fiati ignoti è il respirare fosco
di noi che, vive, usiamo il tuo soffio mortale.
Nutrirci in te ancora e nutrirti per sempre
in una, più ostinata della morte,
amorosa rapina.

– Sento – .

1935

Oggi voglio gridare
tutte le ore, i minuti,
tutto il tempo fino a domani.
Voglio gridare per convenienza,
per darmi arie da massacrata.
Quelli che han fatto una volta la guerra
se la rimasticano piano piano:
tutte le strade del mondo son piene
sempre di gemiti freschi.
I giovani la guerra la vogliono
come un cibo che gli spetta:
l’annusano la proclamano,
piangono se non gliela compri.
Io la guerra la faccio da me
nella mia gola con gli urli.

Preghiera

Dio,
andiamo io e te per mano
in una tua pianura.
Là giudicami.

Smarrimento

Strano. Fermarsi in un punto
e avvertire che il punto,
davvero,
è un’immagine astratta. Non c’è.
Eppure tu sei
in quel vuoto che è punto
in mezzo alle tre dimensioni,
circoscritto da corpi
senza, lui, corpo alcuno.
E se tu v’entri t’inghiotte.
Ma dove?
Si brancola,
uscirne vorresti
ma verso che luogo
se qui venisti per scampare
la sponda usuale.
A cosa cercare?
Te ne stai fermo, allora,
e dentro
un altro, più profondo,
acuto punto
t’avvia al nulla
del tuo io disertore.

Lettera

Avevi detto: – Sempre – .
E fu ieri, amaro sposo.
Oggi dici: – Mai più – .
Obliose parole,
non ferite voi stesse.
Così sia, creatura, anche per noi:
tu va nella tua forma umana.
Io, ostinata fiamma,
brucio, brucio, brucio.

Ritratto

Fascina d’ossa sopra un verde melo
sono il mio corpo e l’anima.

La grammatica del tempo

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Eric Thompson, Rising

Per me altro non volevo che il tempo
implacabile di Dio, un futuro
anteriore – quello di Colui che già tutto sa
ma deve lasciar essere perché accada.

A te bastava il presente
semplice dell’occhio attento all’ape
sottocasa ubriaca di tarassaco.

Claudia Brigato, segnalata al premio Renato Giorgi 2016, ora in Le voci della luna, n.65, pg. 38