Dal ventre della città. Venezia in tre atti

ph. Gianni Berengo Gardin
ph. Gianni Berengo Gardin

1. Respirare

Per sua natura Venezia è una virgola: una pausa aperta in mezzo al fraseggio scomposto della laguna.
Il tempo qui custodisce la misura antica della sua origine: il ritmo binario che accompagna la voga del gondoliere, in grazia e a bestemmia dell’acqua da solcare.
L’essenza della città si compie a partire da una fatica primordiale: la fatica di respirare abitando l’acqua. L’uomo a Venezia fu pesce, poi anfibio, infine creatura di palude con stimmate profonde nascoste in calce ai polmoni, ricordo di branchie abortite di cui porta, ancora, irrimediabilmente in sé la nostalgia.

2. Ricordare

Abitare l’acqua è appartenere ad una memoria liquida e fangosa. E’ vivere in un utero che pulsa con movimento centripeto, che spinge dentro, nelle viscere, verso un pozzo di calli profonde, dove l’odore di incenso si mescola a quello di vino e brodo, legno bagnato e sale, fogna e gelsomino. Laggiù la luce non arriva a prudere la pietra, si sta, semplicemente custoditi in una placenta vecchia di mille vite, che in ogni sciabordio schiuma a riva nel canto dei battipali.

3. Dimenticare

Quando la luna rompe le acque, in ogni calle, campo, sestiere si compie un parto da cui tutto viene e a cui tutto ritorna. Risalgono gorgoglii dalle vere da pozzo, i masegni si spalancano, scricchiolano le briccole, le rive si aprono, il fondo risale mentre i palazzi si inabissano, abbandonati ed immemori.
Venezia si restituisce al mare che la penetra, la riempie, e nuovamente la ingravida per poi ritirarsi lentamente, lasciandole addosso l’odore struggente di alghe e qualche crepa in più.
Dal fondo di una calle la placenta interrata ricomincia piano il suo canto.

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Questa sera a tradirti

Carol Rama la gran desconeguda
Carol Rama
la gran desconeguda

Questa sera a tradirti è il profumo dei gelsomini
da chissà dove precipitato in concerto
all’entrata della stazione.

E’ tuo il cercarmi,
mia l’imperfetta sottrazione
a quel principio di fame che lasci sulla punta della lingua
e basta un cantare di foglie ad ascendermi
lo stomaco in un fringuellare
che mi sconfina oltre i rami.

Come un segugio fiuto
nell’aria il tuo odore
– con il naso all’insu’ –
sia fatta
la tua attesa.

Pubblicata ne “La Presenza di Erato”
http://lapresenzadierato.com/2014/12/20/cinque-poesie-di-claudia-brigato/

Non so scrivere della quiete

Magritte - La page blanche - 1967
Magritte – La page blanche – 1967


Non so scrivere della quiete
di questa luna accordata a requiem
sotto una cuccia improvvisata di stelle.

– Anche il ragno ha fermato la tela
e va restituendo al moscerino la pietà di un’urna. –

Se solo potessi
allattarmi tutta di questa pace
e docile dormirci dentro
nuda.

Menzione speciale al Premio Di Liegro, ed. 2014
http://www.premiopoesiadiliegro.com/2014/12/vincitori-vii-edizione-premio-di-liegro.html