La cena

F. Casorati, L'attesa, 1918
F. Casorati, L’attesa, 1918

Divideva lo spazio il pane
a tavola quella sera – tu parlavi di letture
bibliche- i canti, i salmi, le invettive-
Io con gli occhi cercavo nutrimenti
terreni a tenermi salda alla sedia
mentre facevi ricadere il mondo
al supplizio di Babele e la sua torre.
Ed il faro di Alessandria, i giardini
di Babilonia – Nessun nome
più rispondeva definito alle cose
come se tutto potesse
dall’inizio
essere ricreato.

E allora non sapevamo di quante
distruzioni saremo stati gli artefici
carnefici – ora che ti sei fatto silenzioso
e lontano, le parole rimangono
tra i cumuli di pietra e terra smossa –

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Piazza San Venceslao

Piazza Venceslao

Cadeva e rotolava Il sole
lungo le vetrate dei palazzi, sbatteva
contro le antenne, rimbalzava
sui tetti e giù di nuovo
la luce arroventata della sera
un’onda oceanica su piazza Venceslao –
poi i lampi intermittenti delle insegne,
pulsanti le bocche ferite
semiaperte-mezzagrido-mezzaparola,
l’urlo del bambino- ,
un cane piscia accanto alla bianca
rosa del memoriale
e la grande fiammata in alto alla scalinata.
Jan bruciava con tutto il Novecento raccolto
nei centimetri quadri della lapide sbiadita,
lo sguardo vitreo di sbieco dal vetro, attonito
ed incredulo nel guardare le spoglie del carro
armato e attorno tutta quella libertà
servita a cena come ai cani gli avanzi
della gran festa.

Il rito del ragno

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Osserva il rito sacro del ragno
intento nel sacrificio della tela -mi dicevi-
così da serbare memoria
della pazienza
necessaria al compiersi dell’opera.

Sette giorni e sette notti è il tempo
di posa del mondo. La creazione
è un atto di clemenza, una pausa
fuggita al presente continuo di dio.

La grammatica del tempo

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Eric Thompson, Rising

Per me altro non volevo che il tempo
implacabile di Dio, un futuro
anteriore – quello di Colui che già tutto sa
ma deve lasciar essere perché accada.

A te bastava il presente
semplice dell’occhio attento all’ape
sottocasa ubriaca di tarassaco.

Claudia Brigato, segnalata al premio Renato Giorgi 2016, ora in Le voci della luna, n.65, pg. 38

IL LAMENTO DI AMLETO

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G. Previati, Notturno, 1909

Dal cielo in caduta
la neve
sul campo non più santo
oggi maledetto perché tu non riposi
in pace da me ma in tormento.

Ofelia, fiore mio
copriranno un giorno le viole
questa culla rovesciata di terra
e canteranno lievi al vento
i “nontiscordardime” il ricordo
alla notte randagia come
la colpa che mi chiama.

Ofelia, nei millenni sarà giustizia
il nome tuo in contrappasso al mio
così che mai nessuna quiete
porterà l’eterno
al nostro perpetuo accaderci in destino
nel sacrificio che a me ti chiama.

Persefone

Dante Gabriel Rossetti (1828 - 1882), 'Proserpine', 1882. © Birmingham Museums Trust.
Dante Gabriel Rossetti, ‘Proserpine’, 1882. © Birmingham Museums Trust.

Persefone mia Persefone
mia più mia della vita mia,
tornerai
a luce generosa primavera
madre
figlia, figliamadre
eterna discendenza
grembo del mio grembo
acqua sempre in rotta
tornerai
giglio biancovestito
bianca più bianca del latte
vergine gravida per partenogenesi
tornerai
pura semina feconda
alla terra
a me
tornerai.

Madre madre mia
mia più mia dell’anima mia
madre sorella
madre dolceattesa
madre-veglia mai arresa
per arbitrio di legge fui
viva mano in sposa alla morte,
lascia che dall’Ade ritardi la partenza
sonno immortale mi quieta
madre
madre-sigillo, madre-custodia
madre in perpetua preghiera sulla soglia
lasciami libera
di non tornare ora al tempo
che su di me rivolta
le stagioni in tormento
senza nome, genealogia, gravità
voglio restare
vuoto utero rovesciato
ventre in terra a risuonare
sgravata, sgravida, incompiuta
senza più anni da maturare
tu contro sovrumana legge
mi vuoi sollevare
ma io non sono più io
destino ineluttabile rubò memoria
al futuro dei miei giorni
non per me ora è questo, tornare
che io non sono più io – io non sono io.
Concedimi al buio
già mai più sia eterno il ricordare
la gioia dei miei piedi
nudi sull’erba a giocare.