IL LAMENTO DI AMLETO

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G. Previati, Notturno, 1909

Dal cielo in caduta
la neve
sul campo non più santo
oggi maledetto perché tu non riposi
in pace da me ma in tormento.

Ofelia, fiore mio
copriranno un giorno le viole
questa culla rovesciata di terra
e canteranno lievi al vento
i “nontiscordardime” il ricordo
alla notte randagia come
la colpa che mi chiama.

Ofelia, nei millenni sarà giustizia
il nome tuo in contrappasso al mio
così che mai nessuna quiete
porterà l’eterno
al nostro perpetuo accaderci in destino
nel sacrificio che a me ti chiama.

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Persefone

Dante Gabriel Rossetti (1828 - 1882), 'Proserpine', 1882. © Birmingham Museums Trust.
Dante Gabriel Rossetti, ‘Proserpine’, 1882. © Birmingham Museums Trust.

Persefone mia Persefone
mia più mia della vita mia,
tornerai
a luce generosa primavera
madre
figlia, figliamadre
eterna discendenza
grembo del mio grembo
acqua sempre in rotta
tornerai
giglio biancovestito
bianca più bianca del latte
vergine gravida per partenogenesi
tornerai
pura semina feconda
alla terra
a me
tornerai.

Madre madre mia
mia più mia dell’anima mia
madre sorella
madre dolceattesa
madre-veglia mai arresa
per arbitrio di legge fui
viva mano in sposa alla morte,
lascia che dall’Ade ritardi la partenza
sonno immortale mi quieta
madre
madre-sigillo, madre-custodia
madre in perpetua preghiera sulla soglia
lasciami libera
di non tornare ora al tempo
che su di me rivolta
le stagioni in tormento
senza nome, genealogia, gravità
voglio restare
vuoto utero rovesciato
ventre in terra a risuonare
sgravata, sgravida, incompiuta
senza più anni da maturare
tu contro sovrumana legge
mi vuoi sollevare
ma io non sono più io
destino ineluttabile rubò memoria
al futuro dei miei giorni
non per me ora è questo, tornare
che io non sono più io – io non sono io.
Concedimi al buio
già mai più sia eterno il ricordare
la gioia dei miei piedi
nudi sull’erba a giocare.

Attesa

Mario Giacomelli, Fiamme sul Campo, 1975
Mario Giacomelli, Fiamme sul Campo, 1975
Il gallo ha appena cantato
tre volte. Dalle siepi occhi
di vipera sanguigni, occhi
giallo ramarro mi genuflettono
lo sguardo  – su ogni foglia
una stazione, annuncio di un calvario
fuori tempo –
Il giardino si fa sinedrio
nell’attesa di giudizio e il faggio
apre a croce le nude braccia.

Solo il sempreverde pino
è votato a resurrezione.

Falso presagio

C’è nell’aria un falso presagio
di autunno gentile – l’ho sorpreso
ubriaco in baccanali di foglie,
tra schianti e ascese di vermiglio – .

Anche il gatto aspetta stordito la fine
di questa inquietudine vestita a festa
e dorme un sonno a metà
con un occhio spalancato
nell’attesa di neve.

L’ombra di guardia alla casa

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L’azzurro è un affondo già dal mattino.
Di tutto questo orizzonte scoperto non so che farmene.
Mio padre ha schiantato l’abete
davanti casa il cielo taglia come un’ascia.
Non c’è stato  tempo
nemmeno per prepararlo all’ultimo Natale.

Ne sono certa, domani arriverà
pioggia a cancellare le rughe
dalla terra disossata
e dimenticheremo
l’ombra di guardia alla casa,
il rumore del vento tra gli aghi,
l’inchino gentile dei rami carichi di neve,
dimenticheremo gli occhi
e la misura delle promesse
che lo piantarono.

E sarà freddo l’inverno
con sola legna bagnata a scaldarci.

Tre fantasmi mozzi

Andrew Wyeth
Andrew Wyeth

Quando nelle ore insonni
scardini porte alle mie stanze
tendi l’orecchio e ascolta i muri
risuonare sul verso dei miei quotidiani delitti.

– Un sorriso sgozzato tra piatto e forchetta
una parola ghigliottinata a coltello teso
una poesia sezionata a fine cena. –

Se ne stanno sepolti tra le crepe dell’intonaco
senza eucarestie né cerimonie d’addio,
mi guardano di sbieco sotto cespi di polvere.
Bestemmiano dai vespri a compieta
cercando improbabili remissioni
vane al fumo di una sigaretta
che dell’incenso non custodisce l’essenza.

Ma se aspetti il mattino
con lo smerlo di luce dai balconi socchiusi
i miei tre fantasmi mozzi
qualche inno rauco
ancora lo sanno intonare.